Una diagnosi arrivata a soli 34 anni, anni difficili segnati da interventi chirurgici e chemioterapia, poi una battaglia durata due decenni per ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
È la storia di Cesare Salvo, militare dell’Arma dei Carabinieri originario di Cagliari, che ha ottenuto una sentenza favorevole dal TAR Sardegna nei confronti del Ministero della Difesa.
I giudici amministrativi hanno riconosciuto la responsabilità dell’Amministrazione per la patologia tumorale che ha colpito il militare e hanno disposto un risarcimento superiore ai 262 mila euro.
Le missioni all’estero e la malattia
Prima della diagnosi, Salvo aveva prestato servizio in tre missioni internazionali: Kosovo, Etiopia-Eritrea e Albania.
Nel luglio del 2006 è arrivata la scoperta della malattia. Da quel momento sono iniziati un lungo percorso medico, diversi interventi chirurgici e cinque cicli di chemioterapia.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, la consulenza tecnica acquisita dai giudici ha evidenziato una sofferenza significativa legata alla malattia e il timore vissuto dal militare per la propria sopravvivenza.
Nel 2011 la patologia era stata riconosciuta dipendente da causa di servizio, mentre nel 2015 Salvo aveva ottenuto lo status di Vittima del Dovere.
La decisione del TAR Sardegna
Al centro della sentenza ci sono le condizioni nelle quali il militare avrebbe svolto le proprie attività durante le missioni.
Secondo il TAR, Salvo è stato impiegato anche in aree caratterizzate dall’utilizzo di armamenti all’uranio impoverito e dalla presenza di ordigni bellici pesanti.
I giudici hanno inoltre rilevato che, sulla base degli elementi presenti negli atti, il militare avrebbe operato senza specifici strumenti di protezione e senza che fosse dimostrata l’effettiva adozione delle misure preventive necessarie.
La consulenza tecnica ha richiamato diversi possibili fattori di rischio, tra cui esposizione a metalli pesanti, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, amianto e altre sostanze tossiche, oltre alle particolari condizioni operative delle missioni.
Il consulente nominato dal tribunale ha ritenuto che il servizio svolto nell’Arma abbia avuto un ruolo determinante nella manifestazione della patologia.
La posizione del Ministero
Nel corso del giudizio il Ministero della Difesa aveva contestato sia l’esposizione indicata sia il collegamento tra i fattori ambientali e la malattia.
Il TAR, però, ha ritenuto che gli elementi raccolti fossero sufficienti per riconoscere la responsabilità dell’Amministrazione.
In particolare, secondo i giudici, il Ministero non avrebbe fornito la prova di aver predisposto le misure di protezione necessarie per garantire lo svolgimento delle attività operative secondo adeguati standard di sicurezza.
Il significato della sentenza
A commentare la decisione è stato l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale del militare.
“Un militare sa che una missione può comportare pericoli e li affronta perché ha scelto di servire lo Stato”, ha dichiarato, sottolineando però che i rischi prevenibili devono essere affrontati attraverso adeguate misure di tutela.
Secondo il legale, la sentenza rappresenta un richiamo al tema della sicurezza dei militari impegnati nelle missioni internazionali.
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