Bambini e tecnologia, l’indagine Eurispes accende l’attenzione sulla Gallura
L’utilizzo di smartphone, televisori intelligenti e altri dispositivi digitali è ormai parte della quotidianità anche dei bambini più piccoli. Ma quanto sono protetti quando accedono ai contenuti online? Una ricerca condotta da Eurispes Sardegna in nove Comuni della Gallura ha evidenziato alcune criticità nelle abitudini delle famiglie con figli di età non superiore ai sei anni.
Il dato più significativo riguarda l’impiego degli strumenti di protezione: il 34,7% dei genitori intervistati ha dichiarato di non aver mai preso in considerazione l’utilizzo del parental control, il sistema che consente di limitare o filtrare l’accesso a determinati contenuti digitali.
Dall’indagine emerge inoltre che soltanto circa la metà delle famiglie utilizza strumenti di controllo parentale per proteggere i bambini dalla visione di materiali potenzialmente inadeguati alla loro età.
I risultati sono stati presentati durante un convegno organizzato venerdì 16 ottobre, con la partecipazione di esperte del settore pedagogico, sociologico e dell’educazione ai media.
La ricerca richiama l’attenzione sulla necessità di accompagnare i più piccoli nell’esperienza digitale, evitando che l’accesso alle tecnologie avvenga senza un’adeguata supervisione degli adulti.
Coinvolte 285 famiglie di nove Comuni della Gallura
Lo studio è stato realizzato con il contributo della Regione Sardegna e ha coinvolto genitori di bambini frequentanti scuole dell’infanzia e strutture educative private del territorio.
Complessivamente sono stati raccolti e analizzati 285 questionari, attraverso i quali i ricercatori hanno esaminato le abitudini domestiche legate all’utilizzo dei dispositivi elettronici.
L’indagine ha interessato nove Comuni aderenti al PLUS, il Piano Locale Unitario dei Servizi alla Persona, con Tempio Pausania nel ruolo di Comune capofila.
Oltre a Tempio, il progetto ha coinvolto Aggius, Aglientu, Badesi, Bortigiadas, Calangianus, Luogosanto, Luras e Trinità d’Agultu.
L’obiettivo non era soltanto rilevare la presenza delle tecnologie nelle abitazioni, ma comprendere come i bambini entrino in contatto con gli schermi e quale ruolo svolgano i genitori nella gestione di queste esperienze.
La ricerca si è concentrata sulla fascia d’età da zero a sei anni, un periodo particolarmente importante per lo sviluppo delle capacità cognitive, relazionali e comunicative.
Le informazioni raccolte permettono di delineare un quadro delle abitudini delle famiglie partecipanti, senza necessariamente rappresentare la totalità dei nuclei familiari della Gallura.
Smartphone e smart tv, i dispositivi più presenti nella quotidianità
Tra gli aspetti analizzati figurano le tecnologie maggiormente utilizzate all’interno delle abitazioni.
Secondo i risultati illustrati dalla sociologa Fulvia Romanino, collaboratrice scientifica di Eurispes Sardegna, lo smartphone rappresenta il dispositivo più utilizzato dai genitori coinvolti nella ricerca.
Accanto al telefono cellulare assume un ruolo importante anche la smart tv, particolarmente accessibile ai bambini grazie alla facilità con cui permette di visualizzare programmi e contenuti digitali.
Questi strumenti costituiscono spesso il primo punto di contatto tra i più piccoli e l’ambiente tecnologico.
L’accessibilità dei dispositivi, tuttavia, non coincide automaticamente con la presenza di strumenti di protezione adeguati.
La disponibilità immediata di video, applicazioni e contenuti multimediali rende centrale il ruolo degli adulti, chiamati a scegliere materiali adatti all’età e a seguire l’esperienza digitale dei figli.
L’indagine ha inoltre evidenziato come l’utilizzo degli schermi tenda a concentrarsi soprattutto nel pomeriggio e nelle ore serali.
Si tratta dei momenti in cui i bambini si trovano generalmente fuori dall’ambiente scolastico e trascorrono più tempo in famiglia.
La ricerca invita quindi a considerare non soltanto quali dispositivi vengano utilizzati, ma anche quando e in quali condizioni avvenga l’accesso ai contenuti.
Parental control, oltre un genitore su tre non lo ha mai considerato
Il risultato che ha maggiormente attirato l’attenzione durante la presentazione riguarda la diffusione dei sistemi di controllo parentale.
Il 34,7% dei genitori intervistati non ha mai valutato la possibilità di attivare il parental control, nonostante la presenza sempre più frequente di strumenti digitali nella vita domestica.
Un dato distinto da quello relativo all’utilizzo effettivo: soltanto circa metà del campione dichiara infatti di ricorrere a sistemi di protezione dei contenuti.
Il parental control consente, a seconda del dispositivo e del servizio utilizzato, di impostare restrizioni sui materiali accessibili, gestire alcune funzionalità e definire limiti di utilizzo.
La sua presenza può contribuire a ridurre l’esposizione a contenuti non adeguati, ma non sostituisce la supervisione e il dialogo con i bambini.
I risultati dello studio evidenziano soprattutto una questione educativa: l’accesso alla tecnologia richiede competenze e consapevolezza anche da parte degli adulti.
La mancata attivazione di filtri non permette, da sola, di stabilire quali contenuti vengano effettivamente visualizzati dai bambini. Rappresenta però un indicatore delle pratiche di protezione adottate dalle famiglie coinvolte.
Povertà educativa digitale, il rischio di nuove disuguaglianze
Durante il convegno è intervenuta anche Barbara Pala, referente del PLUS e del Coordinamento Pedagogico Territoriale 0-6.
La pedagogista ha sottolineato il valore delle ricerche locali per individuare tempestivamente possibili situazioni di disagio e sviluppare interventi educativi adeguati.
Uno dei temi affrontati è stato quello della povertà educativa digitale, una condizione che può contribuire ad ampliare le differenze tra bambini e famiglie.
Il problema non riguarda esclusivamente la disponibilità di dispositivi o connessioni, ma anche la capacità di utilizzare le tecnologie in modo consapevole e appropriato.
L’educazione digitale richiede infatti strumenti culturali, competenze e occasioni di accompagnamento.
La prevenzione delle difficoltà deve iniziare prima che queste assumano dimensioni più complesse, attraverso la collaborazione tra famiglie, servizi educativi e istituzioni territoriali.
La conoscenza delle abitudini locali diventa quindi utile per progettare iniziative rivolte ai genitori e agli operatori che lavorano con la prima infanzia.
Un digitale adatto ai bambini, non bambini costretti ad adattarsi
Un altro contributo significativo è arrivato da Benedetta Uda, media educator e collaboratrice del CREMIT, il Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Innovazione e alla Tecnologia dell’Università Cattolica di Milano.
Nel suo intervento, l’esperta ha invitato a superare una visione esclusivamente negativa delle nuove tecnologie.
Gli strumenti digitali possono infatti offrire opportunità educative, favorire la documentazione delle esperienze e contribuire alla costruzione di relazioni tra generazioni differenti.
La questione centrale riguarda le modalità di utilizzo.
La proposta è quella di un “digitale gentile”, progettato e impiegato in funzione delle esigenze dei bambini, anziché richiedere ai più piccoli di adattarsi ai ritmi e alle caratteristiche degli strumenti tecnologici.
Secondo questa impostazione, l’esperienza digitale dovrebbe integrarsi con le attività quotidiane, senza sostituire le occasioni di relazione, gioco ed esplorazione diretta.
L’obiettivo non è eliminare ogni contatto con gli schermi, ma promuovere modalità di utilizzo appropriate all’età e accompagnate dalla presenza degli adulti.
Il convegno a Tempio Pausania e il ruolo delle istituzioni
La presentazione dell’indagine si è svolta nell’ambito di un incontro coordinato da Giuseppe Pulina, docente di filosofia, giornalista e collaboratore scientifico di Eurispes.
Il Comune di Tempio Pausania è stato rappresentato dall’avvocato Edvige Baldino e dalla professoressa Brunella Manconi, che hanno evidenziato la rilevanza del tema per le politiche educative rivolte all’infanzia.
In apertura è intervenuto anche Gerolamo Balata, direttore di Eurispes Sardegna, ricordando l’attività di ricerca svolta dall’istituto sulle condizioni e sui cambiamenti che interessano le giovani generazioni nell’isola.
Il confronto ha riunito competenze differenti, dalla pedagogia alla sociologia fino all’educazione ai media, con l’obiettivo di interpretare i risultati e individuare le principali questioni emerse.
La collaborazione tra ricerca scientifica, amministrazioni locali e servizi educativi rappresenta uno degli elementi centrali del progetto, soprattutto per trasformare i dati raccolti in strumenti di conoscenza utili al territorio.
Educazione digitale nella prima infanzia, cosa emerge dalla ricerca
L’indagine condotta nei nove Comuni galluresi restituisce un quadro nel quale la tecnologia è già ampiamente presente nella quotidianità delle famiglie con bambini piccoli.
Smartphone e smart tv sono strumenti facilmente accessibili, mentre le ore pomeridiane e serali rappresentano momenti particolarmente significativi per il loro utilizzo.
A fronte di questa diffusione, oltre un terzo dei genitori coinvolti non ha mai considerato l’attivazione di sistemi di controllo parentale.
Il risultato evidenzia l’importanza di una maggiore informazione sulle possibilità di protezione offerte dai dispositivi e sulle pratiche di accompagnamento digitale.
Le esperte intervenute al convegno hanno inoltre richiamato l’attenzione sulla necessità di evitare sia un utilizzo indiscriminato delle tecnologie sia una loro demonizzazione.
Il punto centrale resta la qualità dell’esperienza digitale dei bambini, che dipende dai contenuti, dal contesto e dal ruolo educativo svolto dagli adulti.
I 285 questionari analizzati da Eurispes Sardegna costituiscono così una base conoscitiva per approfondire le abitudini delle famiglie e orientare eventuali iniziative di sensibilizzazione.
La ricerca mette in evidenza una sfida che riguarda genitori, scuole dell’infanzia e servizi territoriali: accompagnare l’incontro dei più piccoli con il mondo digitale attraverso strumenti di protezione, attenzione educativa e maggiore consapevolezza.
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