Una condanna per diffamazione legata a contenuti pubblicati sui social network. È quanto stabilito dalla giudice del tribunale di Tempio Maria Gavina Monni nei confronti di Marco Michi, 80 anni, sassarese ed ex esponente della Lega. Il pensionato è stato riconosciuto responsabile per alcuni post pubblicati su Facebook e ritenuti offensivi nei confronti del parlamentare Dario Giagoni.
La sentenza ha stabilito una multa di 4mila euro a carico di Michi, al termine del procedimento penale nato dalla denuncia presentata nell’estate del 2020. In quel periodo Giagoni ricopriva ancora il ruolo di consigliere regionale. Il parlamentare, assistito dall’avvocato Salvatore Deiana, si è costituito parte civile nel processo.
Al centro del procedimento ci sono alcuni commenti pubblicati su una pagina Facebook e attribuiti a Michi. Secondo quanto contestato dalla Procura, nei post Giagoni sarebbe stato definito con espressioni considerate offensive, tra cui l’accusa di essere “senza cervello”, oltre ad altri appellativi ritenuti diffamatori.
La vicenda giudiziaria nasce da un confronto politico avvenuto sui social, dopo un intervento pubblico di Giagoni e un precedente scontro che aveva coinvolto l’esponente della Lega e l’allora assessora regionale del Movimento 5 Stelle Desirè Manca. In seguito a quella discussione sarebbero comparsi i commenti finiti poi al centro dell’inchiesta.
Durante il processo, Marco Michi è stato difeso dall’avvocato Vittorio Delogu, che ha seguito la posizione dell’imputato. La Procura, invece, aveva avanzato una richiesta di condanna più severa, chiedendo per l’ex esponente politico una pena di quattro mesi di reclusione.
La decisione del tribunale ha quindi optato per una sanzione economica, riconoscendo la responsabilità dell’imputato per il reato contestato. La sentenza si inserisce nel più ampio tema dei limiti della comunicazione politica sui social network, dove commenti e interventi pubblici possono assumere rilevanza anche sotto il profilo giudiziario.
Il caso conferma l’attenzione della magistratura verso il contenuto delle pubblicazioni online, soprattutto quando le espressioni utilizzate vengono ritenute lesive della reputazione personale e professionale di altre persone. I post oggetto del processo, risalenti a cinque anni fa, hanno così portato alla conclusione di un procedimento penale con una condanna pecuniaria.
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