Tra le aiuole e i viali alberati dei Giardini Pubblici di Cagliari, poco prima della Galleria Comunale d’Arte, si erge una statua in marmo bianco che cattura lo sguardo per la sua eleganza classica e il mistero sulla sua identità. La figura femminile, vestita con chitone e himation, abiti tipici dell’antichità greco-romana, si presenta composta e solenne. Una mano, probabilmente perduta durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sembra aver retto un lembo della veste.
Gli esperti collocano la scultura tra il 125 e il 150 d.C., ma l’attribuzione resta incerta. Una delle teorie più accreditate la riconduce alla “Grande Ercolanese”, celebre statua rinvenuta a Ercolano nel Settecento e databile all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. La versione cagliaritana sarebbe una copia di quell’opera, giunta in Sardegna forse per volontà del conte Carlo Pilo Boyl di Putifigari, proveniente da edifici religiosi della zona di Uta.
Non mancano però letture alternative. Nell’Ottocento il canonico Giovanni Spano la identificava con Favonia Vera, sacerdotessa di Nora, mentre altre ipotesi la legano a figure imperiali come Annia Faustina (moglie di Marco Aurelio), Sabina (consorte di Adriano) o la nipote di Traiano, Matidia. C’è chi la interpreta come personificazione di Venere o Demetra.
Più fantasiosa e ormai scartata l’attribuzione a Eleonora d’Arborea, giudicessa del XIV secolo, del tutto incompatibile con lo stile e la cronologia dell’opera.
Oggi, tra supposizioni e studi, la statua rimane una delle presenze più enigmatiche e affascinanti di Cagliari, capace di intrecciare storia, mito e identità locale.
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