Una donna cagliaritana, oggi sessantenne, aveva denunciato una violenza sessuale avvenuta nel 2008. Il presunto autore era un carabiniere, inizialmente condannato in primo grado e successivamente assolto in Appello e Cassazione. Nonostante la sentenza definitiva lo abbia dichiarato innocente, il caso ha attirato l’attenzione internazionale per le modalità con cui è stato trattato nei tribunali italiani.
La vittima, sentendosi discriminata, si è rivolta al Comitato Cedaw (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women), organismo delle Nazioni Unite nato per monitorare il rispetto dei diritti delle donne nei Paesi firmatari della convenzione. Nel 2022, il Comitato ha emesso un provvedimento senza precedenti in Italia, ritenendo che la sentenza di assoluzione fosse viziata da «stereotipi di genere» e preconcetti non basati su fatti rilevanti.
Secondo il Cedaw, i giudici italiani non avrebbero tenuto conto delle dinamiche tipiche della violenza di genere, né delle implicazioni psicologiche e traumatiche derivanti da un abuso di potere e fiducia. In particolare, è stato evidenziato che il trattamento riservato alla donna in aula avrebbe riflesso una mancanza di comprensione delle vulnerabilità delle vittime, ignorando concetti come il controllo coercitivo e la dissociazione post-traumatica.
Per questo motivo, il Comitato ha chiesto allo Stato italiano di risarcire la donna per la mancata tutela e il pregiudizio subito, riconoscendo di fatto che il sistema giudiziario non aveva garantito un’adeguata protezione in un caso di presunta violenza sessuale. Tuttavia, a tre anni dalla decisione del Cedaw, l’Italia non ha ancora proceduto al versamento dell’indennizzo, nonostante avesse partecipato al procedimento.
Ora la questione è approdata in Parlamento, con un’interrogazione formale presentata dalla deputata del Partito Democratico Valeria Valente, che ha chiesto al Governo chiarimenti sulle misure che intende adottare per rispettare quanto stabilito dal Comitato ONU. La parlamentare chiede anche un impegno politico e istituzionale più ampio per evitare che simili situazioni si ripetano in futuro.
Il caso si basa su una vicenda giudiziaria iniziata nel 2008, quando la donna si era presentata in caserma per denunciare maltrattamenti da parte del marito. Uno dei carabinieri intervenuti, il giorno seguente, l’aveva contattata privatamente e si era recato a casa sua. Da quell’incontro nacque il procedimento penale: secondo la versione della donna, si trattò di uno stupro; secondo le sentenze successive, il rapporto fu consenziente.
La sentenza di primo grado aveva condannato il carabiniere a sei anni di reclusione, ma nei successivi gradi di giudizio l’impianto accusatorio è stato demolito. I giudici d’Appello e la Cassazione hanno evidenziato elementi come l’uso del preservativo e la presenza di lividi compatibili con un incontro «esuberante» ma non violento, sostenendo che la denuncia sarebbe stata presentata solo in seguito al rifiuto dell’uomo.
Tuttavia, per il Comitato Cedaw, le motivazioni delle sentenze riflettevano una cultura giudiziaria intrisa di pregiudizi, che rischia di rendere inefficace la protezione delle donne vittime di violenza. Il provvedimento di oltre 20 pagine ha sottolineato l’urgenza di una riforma culturale e giuridica, e ha richiesto all’Italia non solo il risarcimento, ma anche la revisione dei protocolli in casi simili.
Il mancato rispetto della decisione internazionale solleva ora questioni di credibilità e coerenza dello Stato italiano rispetto agli impegni assunti in ambito ONU, mentre la vittima resta in attesa di una risposta concreta.
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