Il Mediterraneo sta attraversando una fase di forte riscaldamento che coinvolge non soltanto la superficie, ma anche gli strati più profondi del mare. Le conseguenze interessano gli ecosistemi marini, con specie abituate a temperature più basse che mostrano segnali di sofferenza e con la diffusione di nuovi organismi provenienti da altre aree del pianeta.
Anche i mari della Sardegna sono coinvolti in questo fenomeno. I dati del monitoraggio “Mare Caldo” di Greenpeace hanno evidenziato, durante la scorsa estate, anomalie significative nelle tre stazioni di rilevamento presenti nelle Aree marine protette dell’Asinara, Tavolara-Punta Coda Cavallo e Capo Carbonara.
Temperature oltre la media fino a 40 metri di profondità
Secondo i risultati raccolti, le acque superficiali delle aree monitorate hanno registrato aumenti fino a 3,5 gradi oltre i valori di riferimento.
Il calore non è rimasto limitato alla superficie, ma si è propagato anche in profondità, arrivando fino a 30-40 metri. Un elemento particolarmente preoccupante per gli organismi bentonici, cioè quelli che vivono a stretto contatto con il fondale.
Tra le specie maggiormente esposte ci sono la gorgonia gialla e il corallo mediterraneo, organismi sensibili alle variazioni termiche e fondamentali per l’equilibrio degli ambienti marini.
L’aumento delle temperature sta modificando la composizione delle comunità marine, favorendo alcune specie e mettendo in difficoltà quelle meno resistenti al caldo.
Molluschi in difficoltà
L’estate caratterizzata da temperature elevate ha aggravato una situazione già delicata. Nelle acque di Villasimius sono stati registrati valori superiori ai 30 gradi, un dato che potrebbe avere conseguenze anche sulle attività legate alla pesca e all’allevamento.
Antonio Pusceddu, biologo marino dell’Università di Cagliari, sottolinea le difficoltà soprattutto per i molluschi bivalvi.
Nello stagno di Santa Gilla, dove è in corso un progetto di ricerca coordinato dal Cnr, sarebbero andate perse cozze e ostriche, con conseguenze pesanti per numerose famiglie che lavorano nel settore.
L’arrivo delle specie aliene
Il cambiamento delle condizioni del Mediterraneo favorisce anche la diffusione di specie non originarie del bacino. Marco Casu, zoologo marino dell’Università di Sassari, individua due fenomeni principali: la meridionalizzazione e la tropicalizzazione.
La prima riguarda lo spostamento verso nord di specie tipiche delle zone più calde del Mediterraneo. Tra queste c’è il vermocane, proveniente dal Nord Africa, organismo urticante che può danneggiare le reti da pesca; il pesce pappagallo, arrivato dalle zone orientali del Mediterraneo e capace di nutrirsi anche di gorgonie; e il pesce serra, grande predatore in competizione con specie locali come la spigola.
La tropicalizzazione riguarda invece l’arrivo di specie attraverso il canale di Suez o lo stretto di Gibilterra.
Tra gli esempi citati ci sono il pesce coniglio, particolarmente prolifico e in competizione alimentare con specie autoctone come il sarago, il pesce palla maculato, che contiene una tossina molto pericolosa e non deve essere consumato, e il granchio blu nuotatore.
Quest’ultimo è stato recentemente osservato vivo per la prima volta in Sardegna nella laguna di Tortolì. La specie si aggiunge al già noto granchio blu, considerato un problema per il settore della pesca.
Nuovi rischi per l’ecosistema
Tra gli organismi da monitorare figurano anche la caravella portoghese, una medusa estremamente urticante, e il pesce balestra, specie territoriale che può arrivare a mordere l’uomo.
Il riscaldamento del Mediterraneo rappresenta quindi una sfida complessa che coinvolge ambiente, attività economiche e sicurezza. La trasformazione degli ecosistemi marini richiede monitoraggio costante per comprendere l’evoluzione delle specie e gli effetti sulle coste sarde.
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