Il nuovo rapporto della Cgia di Mestre lancia un allarme che non può essere ignorato: in molte regioni italiane, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole, il numero delle pensioni ha ormai superato quello dei lavoratori attivi.
Un dato che riflette un disallineamento demografico ed economico sempre più marcato, con potenziali conseguenze pesanti sul sistema previdenziale e sulla stabilità economica del Paese.
In Sardegna, in particolare, l’indice di anzianità dei dipendenti privati è tra i più alti d’Italia: segno di una forza lavoro che invecchia, mentre la bassa occupazione giovanile e femminile rallenta il ricambio generazionale e la produttività complessiva.
Il problema, dunque, non è solo quantitativo ma anche qualitativo: meno persone lavorano, e chi lavora è mediamente più anziano.
A rendere il quadro ancora più critico ci sono le proiezioni per il prossimo quinquennio: tra il 2025 e il 2029 circa 3 milioni di italiani lasceranno il posto di lavoro, di cui il 74% nel Centro-Nord. Un’emorragia che rischia di ampliare il divario tra pensionati e lavoratori e di mettere a dura prova la sostenibilità economica e previdenziale del Paese.
Per la Cgia, la strada da seguire è chiara ma impegnativa: aumentare l’occupazione, facendo emergere il lavoro sommerso e incentivando l’ingresso nel mercato del lavoro di giovani e donne. Obiettivi che richiedono riforme strutturali, politiche di crescita e investimenti mirati in innovazione, formazione e produttività.
Senza interventi concreti e tempestivi, l’Italia rischia di trovarsi presto di fronte a una “tempesta perfetta”, in cui l’invecchiamento della popolazione e la debolezza del mercato del lavoro potrebbero minare la tenuta del sistema economico e sociale.
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