Sardegna in declino: il costo economico dello spopolamento

Il report di Confindustria evidenzia l’impatto della crisi demografica sulla produttività dell’Isola

La Sardegna si trova ad affrontare una delle sfide più complesse della sua storia recente: una crisi demografica che si traduce in effetti diretti sull’economia e sulla capacità produttiva del territorio. Non si tratta più di una tendenza futura da monitorare, ma di una realtà concreta che incide sul presente, come evidenziato dal report del Centro Studi di Confindustria Sardegna intitolato “Il costo dello spopolamento: demografia e capacità produttiva in Sardegna”.

Uno degli aspetti più critici riguarda la composizione della popolazione. La quota di residenti in età lavorativa si è progressivamente ridotta, passando dal 69,6% del 2005 al 62,8% nel 2025. Questo dato segnala un ridimensionamento significativo della forza lavoro disponibile. Se la struttura demografica fosse rimasta invariata rispetto a vent’anni fa, oggi l’isola potrebbe contare su oltre 106mila persone in più nella fascia tra i 15 e i 64 anni.

Le conseguenze di questa trasformazione sono state quantificate anche sul piano economico. Attraverso un’analisi che combina tassi di occupazione e valore aggiunto per addetto, lo studio ha stimato una perdita potenziale di circa 44.238 occupati, corrispondente a 1,705 miliardi di euro di capacità produttiva. Numeri che mostrano con chiarezza quanto il calo demografico incida sul sistema economico regionale.

A rendere ancora più complesso il quadro è la dinamica della natalità. Nel 2024, il numero medio di figli per donna si è attestato a 0,91, il valore più basso registrato in Europa, fatta eccezione per le isole Canarie. Anche il tasso di natalità risulta estremamente ridotto, con appena 4,5 nascite ogni mille abitanti. Parallelamente, cresce la componente anziana: il 27,4% della popolazione ha almeno 65 anni, mentre i giovani tra 0 e 14 anni rappresentano soltanto il 9,7%.

Questi dati contribuiscono a determinare un innalzamento costante dell’età media, che ha raggiunto i 51,7 anni. Un valore che colloca la Sardegna tra le regioni più anziane del continente europeo, con implicazioni rilevanti sul ricambio generazionale e sulla sostenibilità del sistema produttivo.

Secondo il direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna, Andrea Porcu, la perdita di popolazione non può essere considerata un fenomeno puramente statistico, ma rappresenta una trasformazione strutturale che coinvolge lavoro, famiglie e prospettive di sviluppo. La riduzione dei giovani e delle persone attive implica una minore capacità di innovazione e una contrazione del tessuto imprenditoriale.

Un ulteriore elemento di complessità è legato alla condizione geografica dell’isola. L’insularità rende più difficile compensare gli squilibri demografici, limitando la mobilità e l’attrazione di nuove risorse umane rispetto ad altre aree del Paese e d’Europa. Anche in presenza di dati meno critici, questa caratteristica avrebbe comunque rappresentato un fattore di vulnerabilità.

Il report sottolinea la necessità di un intervento coordinato tra istituzioni e imprese. L’obiettivo è costruire un contesto in grado di trattenere i giovani residenti e, allo stesso tempo, attrarre lavoratori, studenti e imprenditori dall’esterno. Senza un’azione concreta in questa direzione, il rischio è un progressivo indebolimento del sistema economico regionale.

La demografia, dunque, emerge come una variabile centrale nello sviluppo. Non solo influisce sulla disponibilità di forza lavoro, ma determina anche la capacità di generare valore e sostenere la crescita nel lungo periodo. Il caso della Sardegna rappresenta un esempio emblematico di come il declino demografico possa tradursi in una vera emergenza economica, con effetti tangibili sulla produttività e sulla competitività del territorio.

Redazione

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